Riapriamo questo spazio dedicato a un piccolo momento di evasione immergendoci nel mondo dell’arte, quella vera; e lo farò condividendo uno straordinario articolo scritto dal professor Giovanni Faccenda, parole che mi toccano da vicino poiché riflettono totalmente il mio pensiero e credo quello di tante persone sensibili al mondo dell’Arte.Da quando, con sempre maggiore insistenza, alcuni cosiddetti esperti hanno cominciato a indicarci come «opere d’arte contemporanea» oggetti curiosi, immagini provocatorie, manufatti stravaganti, gli appassionati più sensibili e, fra loro, un buon numero di saggi collezionisti, sembrano aver adottato, sconcertati, questi emblematici versi di Eugenio Montale: «Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.» Ovunque, infatti, dilagano ignoranza e cattivo gusto, e in quella che va consolidandosi come una delle epoche più povere per quanto concerne la creatività emerge, incontrastata, la totale assenza di spirito critico: è il trionfo del pensiero «omologato», avrebbe detto Pasolini, di figurine da avanspettacolo che provano a darsi un tono ricorrendo a due parole tanto abusate: bellezza e cultura. Quanto di peggio possa esistere in termini di mostre o eventi espositivi scivola via nel silenzio e nel disinteresse generali. Peggio: senza che nessuno mostri più la dovuta indignazione al cospetto di «cose» che offendono città, luoghi, piazze, monumenti; coloro che, perduta ogni speranza, da tempo hanno deciso di volgere il proprio sguardo altrove. L’assurdo si celebra ogni giorno: fuori e dentro i musei, con installazioni e performances – le chiamano così – delle quali è lecito chiedersi la necessità e prim’ancora il senso, chi le ha volute e cosa si è speso in termini di denaro pubblico; se, a monte, vi sia stata una qualche valutazione meritocratica o, piuttosto, una nascosta volontà di favorire le logiche perverse del «sistema dell’arte», sempre più simili, nelle sostanza, a quelle che hanno prodotto certe obbligazioni subordinate nel mondo della finanza. E, vinti da un malinconico disincanto, ecco infine molti ritrovarsi in una riflessione, purtroppo sempre attuale, di Bertolt Brecht: «Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano già occupati.» APERTIS VERBIS, Giovanni Faccenda (La Nazione)